La guerra degli Antò

Parlare di questo film per me è tanto facile quanto difficile.

È facile perché tocca tutti gli aspetti fondanti della mi poetica, dall’inadeguatezza giovanile al vano desiderio di evasione (ideologica prima che geografica).

Difficile perché è ambientato in Abruzzo ed è pregno di caratterizzazioni a me intime, basta pensare che c’è ci sono in tutto n “cumpà”, per cui la responsabilità nei confronti dei miei corregionali è tanta.

Il film ha un pretesto piuttosto chiaro ed identificabile: evadere la noia ideologica prima che di proposta della provincia abruzzese (Montesilvano per l’esattezza) da parte di 4 ragazzi (tutti e 4 di nome Antonio come simbologia di clan) ai margini di una società già ai margini della società cittadina comune italiana, 4 punk che combattono tutte le inerzie che un piccolo paese di provincia si porta dietro.

Ricerca dell’altro perché ciò che si ha/è sembra riduttivo, sterile, vacuo.

Ideologia oltreoceano: si è interessati a guerre e rivoluzioni che interessano altri luoghi del mondo nel segno di una solidarietà umana.

La realtà: l’altro, il lontano, il luogo diverso non sempre rispetta le promesse che la sua immagine alimenta. 

Il passo successivo è il disorientamento e la delusione.

Il ritorno alle origini, la commozione.

Poi di nuovo la presa di coscienza della realtà in tutta la sua banalità: un ballo di gruppo sulla spiaggia, lontano dalla guerra dell’Iraq e forse anche dai sogni di rivoluzione e cambiamento sociale degli Anto.

Gli anto scoprono quello che i protagonisti di C’eravamk tanto amati di Scola parafrasano con “Cercavamo di cambiare il mondo, e alla fine il mondo ha cambiato noi”  

Altri aspetti: la lotta di classe e le aspirazioni che la stessa produce, la televisione come mezzo per emergere, le feste private, il finto sapere accademico, l’amore inteso come folgorazione che momentaneamente spegne anche gli animi più ribelli.

“La guerra degli Antò” si può leggere come un ponte tra Fellini e Scola, aggiornato al disincanto degli anni ’90.

Dove I vitelloni sognavano ancora, e C’eravamo tanto amati ricordavano di aver sognato, gli Antò vivono in un’epoca in cui il sogno stesso è diventato un cliché.

Il ritorno al bar Zagabria come se il tempo non fosse mai trascorso realmente, il mondo non è cambiato ma probabilmente loro si.

In quest’ultima scena sulla spiaggia di Montesilvano sotto un grigio cielo, camminano sconfitti ma svegli, lucidi.

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