“Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”
Ci sono domande che non cercano risposta.
Ritornano. Insistono. Logorano.
Questa è una di quelle.
È la domanda che rivolgo a me stesso —
e che, con ogni probabilità, chiunque abbia attraversato anche solo una volta la propria esistenza con un minimo di lucidità si è posto.
Perché, in fondo, il conflitto più radicale non è mai esterno.
Nihil inimicius quam sibi ipse.
Nulla ci è più nemico di noi stessi.
Il nome non è un dettaglio.
Saulo non è solo un riferimento, ma una traiettoria:
caduta, cecità, rivelazione.
Non c’è estetica in questo.
Nessuna mitologia personale da esibire.
Solo la constatazione di un processo:
l’essere umano come luogo di frattura, prima ancora che di sintesi.
Nomen omen.
Un nome, forse, un destino.
Questo spazio nasce in modo dichiaratamente egoistico.
Un archivio, nel senso più originario del termine.
Un deposito di pensieri, immagini, ossessioni.
Ma anche un dispositivo catartico:
un tentativo — inevitabilmente incompleto — di dare forma a ciò che forma non ha.
Non c’è un perimetro.
Cinema, arte, filosofia, cultura, attualità.
Non come categorie, ma come strumenti.
Non interessa coprire tutto.
Interessa attraversare.
Ogni contenuto è un pretesto:
per osservare, scomporre, restituire.
Qui non troverai letture rapide,
né concessioni alla fretta,
né compromessi con il ritmo del consumo.
Questo non è un luogo progettato per trattenere l’attenzione.
Ma, eventualmente, per meritarsela.
Se qualcosa di ciò che troverai avrà valore,
non sarà per immediatezza.
Ma per attrito.